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    Chiara Zavolta, nata a Milano e diplomata al liceo artistico, rappresenta un perfetto connubio di tutte quelle infinite sfumature che possono comporre lo spettro dell’animo femminile, coniugando con innata naturalezza il ruolo di madre affettuosa con quello di donna consapevole e passionale, senza rinunciare alla possibilità di riscoprirsi artista originale e brillante.
    Zavolta si avvicina alla fotografia, non a caso, grazie alla figlia Martina, accompagnandola nell’esperienza artistica fino ad assorbirne l’entusiasmo. È così che Chiara diventa fotografa, anche se la parola a lei suona ancora un poco fuori luogo, e le sue figlie, di conseguenza, muse e modelle, ma soprattutto complici. La parola d’ordine è sperimentare, nel senso di reinventare, creare, erigere estrosi scenari effimeri dove ambientare quelle favole che ci vengono raccontate per immagini, in una casa che comincia sempre più a prendere le sembianze di un set fotografico.
    Le protagoniste sono sempre donne, animate da teneri affetti, ma che sanno essere anche forti, indipendenti e sensuali. È il trionfo di un’atmosfera retrò tutta al femminile, stucchevole e leziosa, in grado di rispecchiare perfettamente quello scenario domestico in cui la protagonista è regina, lo stesso dove l’espressione artistica ha trovato origine. Tra cuscini piumosi, abiti d’altri tempi, fiori vaporosi e dettagli sofisticati, gli scatti dell’artista rivelano i segreti dell’intimità domestica a uno sguardo profanatore, celebrando il culto per un racconto estetizzante che non si priva certo della volontà di esprimere anche un messaggio. L’aspetto romanzesco di questa narrazione fotografica trova riscontro anche nella sovrapposizione di brandelli di testo, lacerati da una lotta ideale tra parola ed immagine per la conquista dello spazio della comunicazione.
    L’attesa è uno dei temi fondamentali delle polaroid di Chiara che intrappolano un pensiero momentaneo, fugace e irripetibile, sussurrato sottovoce e sospeso lì, a mezz’aria tra l’idea inafferrabile e l’azione che la rende, forse, possibile. La donna che anela ad un dolce pensiero amplificato nel ricordo, viene descritta in un tempo dilatato ed indefinito, tra telefoni che non squillano mai abbastanza, lenzuola ancora troppo candide, fiori come accessori di un velato desiderio impossibile. La fantasia è quindi ritratta come rifugio ideale dell’immaginario femminile, dove il sogno ad occhi aperti, l’aspettativa romantica, supplisce alle lacune di una realtà ancora troppo poco soddisfacente, soprattutto per quelle donne che vantano una naturale propensione nel ricercare quello che l’esperienza ha insegnato loro di non desiderare mai.

    -Alice Boschin-

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